Stadio-video

Se lo sguardo è sempre situato e differente per ognuno, è chiaro che il “nostro” sguardo non può che essere radicalmente diverso da quello del passato perché il nostro sguardo incorpora anche tutti i dispositivi con cui guardiamo. La modernità ha tecnicizzato il guardare: dall’invenzione della fotografia, diventata immediatamente una pratica sociale, fino agli attuali media elettronici, il nostro guardare ha subito modificazioni irreversibili. Oggi possediamo uno sguardo che potremmo definire disincarnato, il nostro sguardo incorpora anche visioni non umane, ne facciamo esperienza quotidiana osservando, ad esempio, un’immagine di google maps, un’ecografia o una radiografia, la foto di un batterio o il fotofinish di una corsa, ecc., tutte immagini impossibili all’occhio naturale e inconcepibili solo un secolo fa, che ampliano enormemente lo spettro del visibile e quindi del pensabile.

Siamo immersi in quello che Marco Senaldi definisce “stadio-video”, cioè, dice l’autore, la nostra esistenza è interamente punteggiata di monitor, video e telecamere e fotocamere, strumenti che utilizziamo per vedere ma con i quali siamo anche visti, con i quali ci mostriamo e ci guardiamo (molto spesso li utilizziamo per vederci mentre ci guardiamo), sperimentiamo insomma una sorta di inconsapevole, straniante, permanente ubiquità: «Il risultato è che nello stesso Ora (nello stesso istante) siamo e non siamo in questo Qui (siamo qui, nello spazio metropolitano, ma anche non ci siamo, perché siamo nello spazio mediale)»1.

L’obiezione che si può muovere è che le tecnologie, i media per vedere e guardare (dalla pittura alle camere ottiche) esistono da quando esiste la nostra capacità, come specie, di pensiero simbolico. La storia degli strumenti che l’homo sapiens ha inventato per costruire il proprio ambiente visuale è cominciata sessantamila anni fa. Tuttavia, come nota ancora Senaldi: «I media sono sì un fenomeno storico, il quale però, retroattivamente, cambia l’interpretazione della storia – così come, in generale, tende a trasmutare l’essenza dei fenomeni di cui è parte. Il vero dilemma è che, una volta entrati nel mondo come duplicazione, i media non sono più distinguibili da esso»2.

Lo stadio-video quindi ingloba la realtà e noi non possiamo più separare la nostra visione naturale da quella mediata tecnologicamente. Lo stadio-video comprende quindi anche lo sguardo su noi stessi e la costruzione della nostra soggettività: siamo dove siamo e contemporaneamente siamo dislocati nella proiezione mediale della nostra immagine; guardiamo attraverso i sensi e contemporaneamente, attraverso i dispositivi elettronici. 

[N]

1 Senaldi, Obversione. Media e disidentità. Postmediabooks, Milano, 2014. p. 56

2 Ivi, p. 15

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