{"id":864,"date":"2024-01-31T21:46:28","date_gmt":"2024-01-31T20:46:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=864"},"modified":"2024-01-31T21:46:30","modified_gmt":"2024-01-31T20:46:30","slug":"sapere-immaginare","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=864","title":{"rendered":"Sapere, immaginare"},"content":{"rendered":"\n<p>Per comprendere meglio la valenza filosofica (ma anche operativa) del montaggio, ci affidiamo a Georges Didi-Huberman. Nel libro <em>Immagini malgrado tutto<\/em> \u2013 dedicato all\u2019analisi delle uniche quattro fotografie scattate all\u2019interno di un campo di concentramento nazista da testimoni che non fossero carnefici ma vittime \u2013 Didi-Huberman mette a fuoco con precisione le potenzialit\u00e0 del montaggio come pratica ermeneutica.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019estate del 1944, in un\u2019estremo e disperato atto di opposizione all\u2019indicibile crimine che si stava consumando, grazie alla collaborazione della resistenza polacca, alcuni membri del Sonderkommado, \u00abla squadra speciale di detenuti che gestiva a mani nude lo sterminio di massa\u00bb<sup>1<\/sup> di Auschwitz-Birkenau, riescono a introdurre una macchina fotografica nel campi di sterminio e a scattare quattro fotografie proprio dal centro di quell\u2019abisso. Come \u00e8 risaputo, esistono molte immagini dei campi di sterminio prodotte dopo la liberazione, film e foto realizzati dalle forze militari che, entrate nei Lager, ne hanno documentato la realt\u00e0; esistono anche molte immagini prodotte dai nazisti stessi e sopravvissute alla distruzione sistematica degli archivi messa in atto nei gironi confusi della disfatta \u2013 i nazisti sapevano che i crimini compiuti nei campi erano cos\u00ec enormi da essere impensabili, che i sopravvissuti, se mai ne fossero rimasti, non sarebbero stati creduti (come in effetti \u00e8 accaduto negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra) e quindi non dovevano esserci immagini a testimoniare l\u2019impensabile, da qui la proibizione a documentare e a far circolare immagini sulla realt\u00e0 delle camere a gas.<\/p>\n\n\n\n<p>Esistono per\u00f2 queste quattro foto, \u00abquattro pezzi di pellicola strappati all\u2019inferno\u00bb, scattate dai detenuti ebrei costretti al pi\u00f9 aberrante dei lavori che mostrano confusamente e irrefutabilmente dei momenti immediatamente precedenti e successivi alla gassazione vera e propria; quattro inestimabili pezzi di una verit\u00e0 che per noi, nati in un tempo sideralmente lontano eppure cos\u00ec prossimo, \u00e8 impossibile concepire.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma \u00abper sapere occorre immaginare\u00bb. L\u2019analisi di Didi-Hubernam parte da questo nitido assunto: per avvicinarci alla terrificante verit\u00e0 racchiusa in queste quattro fotografie dobbiamo immaginare, \u00abpoich\u00e9 comunque dobbiamo provarci, dobbiamo confrontarci con questa cosa difficile da immaginare\u00bb, \u00e8 come un debito da saldare e comunque \u00able nostre difficolt\u00e0 non sono nulla al confronto di quelle dei prigionieri che hanno sottratto ai campi questi pochi brandelli di cui noi oggi siamo depositari e il cui peso affligge i nostri sguardi\u00bb; immagini che abbiamo il compito di contemplare, di assumere \u00abmalgrado la nostra incapacit\u00e0 di guardarle come meriterebbero, malgrado il nostro mondo, un mondo rimpinzato, quai soffocato, da merce immaginaria\u00bb<sup>2<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Per rendere leggibili queste immagini, scrive Georges Didi-Huberman, \u00e8 necessario un lavoro, tanto profondo quanto accurato e rispettoso, capace di metterle in moto, di&nbsp; considerarle ancora eventi capaci di sprigionare momenti di verit\u00e0, sottrarle alla fissit\u00e0 del documento (che \u00e8 risultato visibile, informazione superficiale), e immergerle nella fenomenologia che le ha prodotte<sup>3<\/sup>. Solo cos\u00ec le quattro foto dell\u2019agosto del 1944 possono essere momenti di verit\u00e0 e, \u00abanche se non dicono tutta la verit\u00e0, ovviamente (bisogna essere davvero ingenui per aspettarsi questo da cose, parole o immagini): minuscoli prelievi da una realt\u00e0 cos\u00ec complessa, brevi istanti di un continuum che \u00e8 durato cinque anni, non uno di meno\u00bb<sup>4<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Per immergere queste immagini nella fenomenologia (cio\u00e8 nel processo) che le ha prodotte, per questo \u00e8 necessario un montaggio: \u00abMa perch\u00e9 un montaggio? [&#8230;] perch\u00e9 la \u201cleggibilit\u00e0\u201d di queste immagini \u2013 dunque il loro eventuale ruolo di conoscenza del processo in questione \u2013 si pu\u00f2 elaborare solo mettendo in rilievo la loro risonanza o dissonanza con altre fonti, altre immagini, altre testimonianze. Il valore di conoscenza non pu\u00f2 essere intrinseco a una sola immagine, cos\u00ec come l\u2019immaginazione non consiste nell\u2019involversi passivamente in una sola immagine. Si tratta, semmai, di mettere in movimento il molteplice, di non isolare nulla, di mettere in luce gli iati e le analogie, le indeterminazioni e sovradeterminazioni all\u2019opera\u00bb<sup>5<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019analisi di Didi-Huberman non \u00e8 solamente un delicato esercizio di filosofia dell\u2019immagine applicato alle immagini pi\u00f9 tremende e problematiche della storia del Novecento, \u00e8 anche la dimostrazione di come soltanto con una attenta pratica di montaggio (o, detto altrimenti, di accostamento e collage) si pu\u00f2 faticosamente ricucire e ritrovare un senso anche l\u00e0 dove sembra impossibile immaginarlo. Il montaggio dunque non \u00e8 solo un modo per produrre nuove immagini, o sequenze di immagini, \u00e8 anche e soprattutto il modo per dare un senso alle immagini, di immergerle in un momento di verit\u00e0. Questo risulta tanto pi\u00f9 necessario in un presente storico in cui le immagini cominciano a scomparire nella perfetta simulazione del reale visibile e in questo loro dissolversi rendono impossibile quella distanza (e quell\u2019attrito) tra immagine e visibile reale che ci costringe a esercitare la nostra facolt\u00e0 di immaginazione. Perch\u00e9, scrive ancora Didi-Huberman \u00abl\u2019immaginazione non \u00e8 un abbandono ai miraggi di un solo riflesso, come troppo spesso si crede, ma viceversa costruzione e montaggio di forme plurali che vengono messe in corrispondenza: ecco perch\u00e9, lungi dall\u2019essere un privilegio dell\u2019artista o pura faccenda soggettivistica, l\u2019immaginazione fa parte della conoscenza nel suo movimento pi\u00f9 fecondo, bench\u00e9 \u2013 o perch\u00e9 \u2013 pi\u00f9 arrischiato\u00bb<sup>6<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il montaggio si presenta come una prassi, un modello operativo, ma soprattutto come uno strumento filosofico che impegna la nostra facolt\u00e0 di immaginazione. Le immagini non sono mai pienamente significative di per s\u00e9 ma lo diventano quando sono messe in risonanza con altre immagini o documenti o racconti. Il montaggio quindi \u00e8 una prassi attraverso cui si pu\u00f2 estrarre un senso (un\u2019ermeneutica) e un racconto (un\u2019esegesi) da materiali, visivi e non, che altrimenti rimarrebbero privi si senso e muti. Che questi materiali siano prodotti nel campo dell\u2019arte, del design, che si trovino depositati nella archivi della storia o nell\u2019album di fotografie della nostra famiglia non cambia, per comprendere (per creare e dare un senso) a ogni livello occorre immaginare, dove immaginare significa creare nessi e relazioni, costruire rapporti, rendere visibili punti di contatto o distacchi, segnalare continuit\u00e0 e aporie, cio\u00e8 mettere in movimento i materiali di cui disponiamo attraverso un\u2019azione di montaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il montaggio, spiega Didi-Huberman conduce a una \u00abconoscenza delicata\u00bb, una conoscenza in cui le immagini non sono messe tutte sullo stesso piano, in cui bisogna essere capaci di misurare, pesare, considerare ogni immagine in modo diverso. Il montaggio crea sbalzi, diversit\u00e0, discontinuit\u00e0, interrompe il discorso nel quale siamo immersi. Il montaggio \u00e8 dialettico e in questo movimento dialettico produce singolarit\u00e0, senso, conoscenza, novit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>[N]<\/p>\n\n\n\n<p>1 Georges Didi-Huberman, <em>Immagini malgrado tutto<\/em>. Traduzione di Davide Tarizzo. Cortina, Milano, 2005<em>.<\/em> p. 16<\/p>\n\n\n\n<p>2 <em>Ivi<\/em>, p. 15<\/p>\n\n\n\n<p>3 <em>Ivi<\/em>, p. 57<\/p>\n\n\n\n<p>4 <em>Ivi<\/em>, p. 58<\/p>\n\n\n\n<p>5 <em>Ivi<\/em>, p. 153<\/p>\n\n\n\n<p>6 <em>Ivi<\/em>, p. 153<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per comprendere meglio la valenza filosofica (ma anche operativa) del montaggio, ci affidiamo a Georges Didi-Huberman. 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