{"id":841,"date":"2024-01-31T21:30:18","date_gmt":"2024-01-31T20:30:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=841"},"modified":"2024-01-31T22:00:19","modified_gmt":"2024-01-31T21:00:19","slug":"medusa","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=841","title":{"rendered":"Medusa"},"content":{"rendered":"\n<p>Produrre immagini significa mettere una distanza tra s\u00e9 e il mondo ma cosa succede <em>dentro<\/em> a questa distanza? Ogni distanza produce <em>alterit\u00e0<\/em>: ci\u00f2 che \u00e8 lontano viene isolato e definito, ritagliato dal contesto e <em>individualizzato<\/em>; ogni alterit\u00e0 genera <em>soggettivit\u00e0<\/em> e questa soggettivit\u00e0 si esprime in una <em>agentivit\u00e0<\/em>; una agentivit\u00e0 spesso incomprensibile ma che esiste davanti a noi, malgrado noi<em>. <\/em>E cos\u00ec anche con le immagini, su cui depositiamo il nostro sguardo, sperimentiamo una paradossale agentivit\u00e0, a volte perturbante.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia dell\u2019arte \u00e8 affollata da immagini che esplicitamente si rivolgono a noi, intercettano il nostro sguardo e ci impongono una reazione diretta, facciamo due semplici esempi per comprendere meglio di cosa parliamo: il mito classico di Medusa dipinto da Caravaggio che simula la superficie dello scudo specchiante su cui si \u00e8 pietrificata l\u2019immagine della furia che minaccia Perseo, il quadro mostra ci\u00f2 che vede il soggetto rappresentato, cio\u00e8 se stesso, e insieme ci rimanda il nostro sguardo pietrificato con il soggetto; e poi la celebre immagine dello Zio Sam che punta il dito e dice <em>i want you<\/em>, instaurando un rapporto preciso, stringente e ineludibile con chi guarda, un vero e proprio comando. Due esempi lontanissimi ma che giocano entrambi sul piano perturbante con immagini che esplicitamente ci guardano mentre le guardiamo, il filosofo Horst Bredekamp definisce questo passaggio \u201catto iconico\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDa qui si pu\u00f2 tentare \u2013 scrive Bredekamp \u2013 una definizione di atto iconico. In parallelo con l\u2019atto linguistico, la problematica dell\u2019atto iconico consiste nell\u2019individuare la forza che consente all\u2019immagine di balzare, mediante una fruizione visiva o tattile, da uno stato di latenza all\u2019efficacia dell\u2019esteriore nell\u2019ambito della percezione, del pensiero e del comportamento. In tal senso, l\u2019efficacia dell\u2019atto iconico va intesa sul piano percettivo, del pensiero e del comportamento come qualcosa che scaturisce sia dalla forza dell\u2019immagine stessa sia dalla relazione interattiva di colui che guarda, tocca, ascolta\u00bb<sup>1<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Dentro l\u2019immagine sembra agitarsi una presenza viva, questo misterioso rapporto che a volte instauriamo con le immagini ha una storia profondissima, addirittura ancestrale, e fin dall\u2019antichit\u00e0 le immagini hanno esercitato un <em>potere<\/em> inesplicabile sugli osservatori. La forza d\u2019attrazione che le immagini esercitano su di noi \u00e8 stato molto studiato in anni recenti e quasi sempre a partire dall\u2019essenziale testo di David Freedberg, <em>Il potere delle immagini<\/em>, che alla fine degli anni Ottanta compie la prima grande ricognizione (con uno sguardo non da storico o da esteta) sul rapporto che instauriamo con il mondo rappresentato. L\u2019autore traccia un quadro affascinante di tutti quei momenti in cui nella millenaria relazione con le immagini gli uomini e le donne scorgono in esse una <em>presenza viva<\/em> e con questa instaurano una qualche forma di relazione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 nel rapporto sempre ambivalente con potere che scaturisce dalle immagini che nascono anche le forme di <em>iconofilia<\/em> e feticismo \u2013 adorate una effige o pagare 100 milioni per un quadro \u2013, alle forme speculari di <em>iconoclastia<\/em> \u2013 distruggere la statua del dittatore che si \u00e8 appena deposto o l\u2019effige del dio che non si adora o pi\u00f9 semplicemente strappare la fotografia della persona che ci ha traditi. Questi atti, che siano azioni sociali, collettive o semplici gesti personali consumati nel chiuso della propria intimit\u00e0, dimostrano il potere che le immagini esercitano su di noi, la loro distruzione fisica \u00e8 anche una distruzione simbolica e il tentativo di sottrarsi all\u2019influsso che nostro <em>malgrado<\/em> esse esercitano: \u00ab\u00e8 perfettamente chiaro \u2013 scrive Freedberg \u2013 che una quantit\u00e0 indefinita di aggressioni alle immagini, se non la grande maggioranza, si fonda in un modo o nell\u2019altro sull\u2019attribuzione alla figura rappresentata di funzioni vitali, o sull\u2019ipotesi correlata che il segno sia effettivamente il significato, che l\u2019immagine sia il prototipo, che l\u2019onta arrecata all\u2019immagine non si trasferisca semplicemente al prototipo, ma di fatto lo danneggi. Il corollario evidentemente \u00e8 che reagiamo alle immagini come se fossero vive, reali\u00bb<sup>2<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>NOTE<\/p>\n\n\n\n<p>1 Horst Bredekamp, <em>Immagini che ci guardano. Teoria dell\u2019atto iconico<\/em>. A cura di Federico Vercellone, traduzione di Simone Buttazzi. Raffaello Cortina, Milano, 2015. p. 37<\/p>\n\n\n\n<p>2 David Freedberg, <em>Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico<\/em>. Traduzione di Giovanna Perini. Einaudi, Torino, 2009. p. 601<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Produrre immagini significa mettere una distanza tra s\u00e9 e il mondo ma cosa succede dentro a questa distanza? 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