{"id":1122,"date":"2024-04-23T08:10:32","date_gmt":"2024-04-23T06:10:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=1122"},"modified":"2024-04-23T08:10:33","modified_gmt":"2024-04-23T06:10:33","slug":"writing-e-tutto-il-resto","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=1122","title":{"rendered":"Writing e tutto il resto"},"content":{"rendered":"\n<p>La cultura dei graffiti \u2013 termine impreciso e rifiutato da tutti i suoi autori che preferiscono definirsi writer \u2013 comincia ad emergere alla fine degli anni Settanta e dall\u2019universo underground si impone sulla scena mondiale durante gli anni Ottanta. I graffiti non sono nati come una pratica estetica n\u00e9 tantomeno artistica ma come una prassi sociale, come espressione di un gruppo, di una trib\u00f9 urbana. Nelle scritte, nei tag che cominciano ad apparire nei muri delle metropoli statunitensi ed europee manca prima di tutto l\u2019affermazione di una soggettivit\u00e0 intesa in senso classico. L\u2019espressione del s\u00e9 avviene seguendo strategie differenti. Nel libro \u201cGraffiti, poetiche della rivolta\u201d, riprendendo le parole dei filosofi Deleuze e Guattari, Marcello Faletra afferma: \u00abscrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare [&#8230;]: pi\u00f9 che a un \u201cio penso\u201d queste linee di fuga \u2013 le lettere \u2013 sono un \u201cio senso\u201d\u00bb<sup>1<\/sup>. Un\u2019idea di affermazione che \u00e8 anche una pratica di sovversione perch\u00e9, con il suo essere anti-sistematica, anti-espressiva, erratica e auto-riflessiva (e fondamentalmente antagonista e vandalica) mette in discussione, prima di tutto, il linguaggio socialmente condiviso che ci viene imposto dai sistemi di potere e quindi mina la \u00abcomunicazione codificata\u00bb<sup>2<\/sup> volta sempre a trasmettere un contenuto dotato di senso. I graffiti \u2013 e le azioni creative che si svolgono nella scena urbana \u2013 sono strategie anti-comunicative, tattiche di sovversione dello spazio (integralmente codificato, controllato, lottizzato) che infiltrano elementi di critica e disordine di chiara matrice situazionista (e quindi dadaista) e interrompono il flusso controllato e unidirezionale della comunicazione massmediatica \u2013 dall\u2019alto al basso, dal centro alla periferia, dal produttore al consumatore \u2013 con un controflusso che dal basso torna al basso, dalla periferia si ramifica in modo rizomatico nella periferia stessa e si rivolge a un consumatore che \u00e8 lo stesso produttore.<\/p>\n\n\n\n<p>Le strategie writing sono squisitamente ornamentali, se con ornamento si intende la creazione di pattern in movimento continuo e autogenerativo: ramificazioni, sovrapposizioni, sdoppiamenti e specchiamenti. Una dinamica in cui si produce un avvilupparsi di linee e forme che ha come esito quello di condurre alla perdita di funzionalit\u00e0 e funzione della forma comunicativa trascinando la forma stessa \u2013 cio\u00e8 la scritta, per antonomasia comunicazione pura \u2013 nell\u2019astrazione. Su questo punto il writing riallaccia (pi\u00f9 o meno consapevolmente, non importa) il proprio discorso formale con la tradizione millenaria della decorazione, fatta di motivi intrecciati in pattern astratti e, nei suoi fondamenti, di un horror vacui capace di affievolire ogni idea di identit\u00e0 isolabile e identificabile. Questo comporta anche l\u2019impossibilit\u00e0 di applicare norme estetiche razionali e valori generati a priori, palinsesti concettuali da cui far discendere la forma, poich\u00e9 essa \u2013 la forma \u2013 si genera da s\u00e9, per \u00abmorfogenesi\u00bb<sup>3<\/sup> e modificazione continua dello stato della materia, in questo caso linguistico-figurativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella funzione di mediazione, che abbiamo visto essere centrale nella filosofia dell\u2019ornamento, si trova quindi declinata in modo tanto nuovo quanto paradossale: non si tratta pi\u00f9 di mediare tra forma e contenuto, tra significato e significante, quanto di disgiungere la forma dai contenuti, i significati dai significanti, scoprendo, in questa disgiunzione, uno spazio di libert\u00e0 altrimenti inagibile.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa cosa interessante \u2013 scrive Faletra \u2013 \u00e8 che spesso le lettere dei writer sono illeggibili, indecifrabili a un primo approccio. Che cosa significa questo? Innanzitutto che il significante \u00e8 libero, non subordinato al significato, al senso, al referente. La lettera, bench\u00e9 leggibile ad una attenta visione [&#8230;] per esistere a pieno titolo, non ha bisogno del messaggio\u00bb<sup>4<\/sup>. Una abdicazione dalla funzione comunicativa che permette alla forma di esprimere null\u2019altro che se stessa e liberare quell\u2019energia autogenerata, grafica e squisitamente decorativa di cui si \u00e8 detto.<\/p>\n\n\n\n<p>[N]<\/p>\n\n\n\n<p>1 Marcello Faletra, <em>Graffiti. Poetiche della rivolta<\/em>. Postmediabooks, Milano, 2015. p. 44.<\/p>\n\n\n\n<p>2 <em>Ivi<\/em>, p. 40.<\/p>\n\n\n\n<p>3 <em>Ivi<\/em>, p. 59.<\/p>\n\n\n\n<p>4 <em>Ivi<\/em>, p. 74.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La cultura dei graffiti \u2013 termine impreciso e rifiutato da tutti i suoi autori che preferiscono definirsi writer \u2013 comincia ad emergere alla fine degli anni Settanta e dall\u2019universo underground si impone sulla scena mondiale durante gli anni Ottanta. 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