{"id":1023,"date":"2024-03-14T09:38:35","date_gmt":"2024-03-14T08:38:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=1023"},"modified":"2024-03-14T09:38:36","modified_gmt":"2024-03-14T08:38:36","slug":"controcultura","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.danielemonarca.it\/wordpress\/?p=1023","title":{"rendered":"Controcultura"},"content":{"rendered":"\n<p>A partire dall\u2019inizio degli anni Ottanta nasce un forte interesse per la cosiddetta cultura popolare, fino ad allora considerata come non portatrice di valori estetici o filosofici, un cambiamento in cui prendono piede quelli che vengono comunemente chiamati <em>Cultural Studies<\/em>. Di che si tratta?<\/p>\n\n\n\n<p>Una serie di studiosi (Stuart Hall, per fare un nome<sup>1<\/sup>) rileggono i fenomeni culturali popolari \u2013 fumetti, musica rap o pop, romanzi rosa, film horror, ecc. \u2013 evidenziandone il valore e interpretandoli come forme di resistenza alla cultura accademica e dominante. La cultura popolare viene intesa quindi come un luogo in cui il cittadino occidentale utilizza, libero da controlli e in modo quasi carbonaro (o dadaista), ci\u00f2 che gli viene imposto per il consumo. Gli studi culturali cercano di portare alla luce ci\u00f2 che accade nello spazio che separa l\u2019utilizzo di un oggetto pensato dal suo produttore in fase di progetto e il reale impiego che ne fa il consumatore. Sappiamo infatti, perch\u00e9 lo abbiamo imparato da Duchamp, che tra un oggetto (un orinatoio, ad esempio) e l\u2019utilizzo che se ne pu\u00f2 fare (esporlo in un museo come opera d\u2019arte) si pu\u00f2 aprire uno spazio che produce incontrollati percorsi di senso. Cos\u00ec anche il consumatore utilizzando i prodotti che consuma \u2013 siano un libro, uno spettacolo televisivo, del caff\u00e8 \u2013 opera delle trasformazioni, delle vere e proprie ricreazioni. La cultura popolare produce i propri miti e il proprio valore esattamente nello spazio non sorvegliato che si apre tra utilizzo e consumo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 ci\u00f2 che accade nel vasto mondo del cosiddetto underground, mai compreso chiaramente dalla cultura accademica, un mondo in cui i segni, gli oggetti, le mode subiscono torsioni e trasformazioni, in cui il linguaggio pubblico e socialmente condiviso viene costantemente tradotto in tanti idiomi locali, attraverso delle tattiche di decostruzione e&nbsp; montaggio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il filosofo Michel de Certeau con il libro <em>L\u2019invenzione del quotidiano<\/em> \u2013 pubblicato alle soglie degli anni Ottanta e diventato un testo chiave per la comprensione di questi fenomeni \u2013 chiarisce la dinamica di questi aspetti: \u00abde Certeau suggerisce l\u2019idea di un ribaltamento dell\u2019osservazione dall\u2019altra parte, in mezzo alla \u201cgente\u201d (lui la chiama proprio cos\u00ec). [\u2026] Il messaggio era semplice: chi non fa parte dei poteri costituiti (economici, mediali, religiosi, politici\u2026) pu\u00f2 solo rispondere con mosse tattiche, episodiche e pratiche. Ecco perch\u00e9 non ci sono teorici nei sottoscala del pianeta [della cultura]\u00bb<sup>2<\/sup>. (Branzaglia, Marginali. p. 7)<\/p>\n\n\n\n<p>[N]<\/p>\n\n\n\n<p>1 Stuart Hall in Italia \u00e8 stato poco tradotto e l\u2019argomento non si esaurisce nella pur importante attivit\u00e0 dello studioso americano, si pu\u00f2 fare un\u2019ampia ricognizione sull\u2019argomento visitando il sito <a href=\"http:\/\/studiculturali.it\">studiculturali.it<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>2 Carlo Branzaglia, <em>Marginali. Iconografie delle culture alternative<\/em>. Castelvecchi, Roma, 2004. p. 7<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A partire dall\u2019inizio degli anni Ottanta nasce un forte interesse per la cosiddetta cultura popolare, fino ad allora considerata come non portatrice di valori estetici o filosofici, un cambiamento in cui prendono piede quelli che vengono comunemente chiamati Cultural Studies. Di che si tratta? 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